- Il signore delle linee -

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Racconto scritto sei anni fa. Come tirava le linee di mezzeria lui... nessuno mai. E quando un umarell osò sfidarlo... successe il patrack! Buona lettura.
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Testo: - Il signore delle linee -
di vecchioautore

Il signore delle linee

«Sei un artista. Sei il migliore. Sei un mito. Sei il signore delle linee», erano solo alcuni dei complimenti con i quali i suoi colleghi erano soliti apostrofare Astolfo, che magari sulla Luna non ci sarebbe mai arrivato tirando linee dritte come lance cavalcando il suo tozzo Ippogrifo senza ali, ma buona parte delle strade della penisola le avrebbe alfin tracciate, prima della, a volte agognata altre volte temuta, pensione.
V’è da dire che non erano tutti complimenti sinceri… facciamo cinquanta e cinquanta: se cinquanta li potremmo definire sgorgati dall’animo; gli altri cinquanta erano più o meno velate prese per il culo!
Astolfo, che non era uno stupido, lo sapeva ben distinguere il complimento che volava alto da quello che volava a mezza altezza (sì proprio lì dove immaginate); ma fregandosene altamente, sorrideva sornione agli uni e pure agli altri. Questo perché la sua smisurata autostima, lo portava a fregarsene del parere dei suoi colleghi: uomini rozzi, zotici incapaci di vedere il tratto dell’artista in una linea di mezzeria, interrotta e ripresa più volte oppure continua, tracciata con velocità e perizia senza pari, pensava lui.
Erano giorni che un umarell, sempre il solito, seguiva dal marciapiede il prode Astolfo intento a tracciare linee sull’asfalto appena steso nelle vie cittadine. In silenzio, con le mani incrociate dietro la schiena, gli occhiali da sole con la montatura di bachelite nera sul naso e il Panama calcato sul capo, controllava con occhio clinico le linee appena tracciate e proseguiva seguendo il grosso compressore motorizzato, sulla cui pedana posteriore si ergeva come un valoroso auriga Astolfo con la sua blusa arancio: lo stesso colore del grosso serbatoio cilindrico dell’aria compressa. Il mezzo, un ibrido tra un compressore e un tosaerba con un una pistola a spruzzo al posto della lama, che avanzava scoppiettando dallo scarico del motore e soffiando dallo sfiatatoio l’aria in eccesso mentre spruzzava vernice bianca sul nero catrame, pareva un purosangue che trascinandosi dietro il carro dell’auriga Astolfo, nitriva e sbavava per tagliare il traguardo in fondo alla via; per poi, sollecitato dall’auriga, fare un’inversione a U e riprendere la corsa tracciando la linea continua dall’altro lato della strada.
Il caso volle che mentre tracciava l’ultima riga laterale del lungo e ampio corso che fendeva il tessuto urbano come la lama di un coltello, finisse la vernice pochi metri prima di arrivare in fondo.
Astolfo si fermò e attese che i suoi due colleghi, che lo seguivano a poca distanza a bordo dell’Ape-car di servizio, lo raggiungessero. Uno dei due, quello che seduto sul cassone posava i coni di plastica per segnalare le linee ancora fresche, scese con una tanica in mano e iniziò a riempire il serbatoio della vernice. «Ehilà, nonno, le piace proprio il nostro lavoro. Non vorrà mica rubare il mestiere al signore delle linee, eh?» lo apostrofò mentre vuotava la tanica.
«E chi sarebbe il signore delle linee, lui?» domandò l’umarell, indicando con un cenno del capo Astolfo che, madido di sudore, in piedi sulla pedana del compressore attendeva che terminasse il rifornimento.
«E chi se no! Come le tira dritte lui, nessuno al mondo!»
Astolfo sorrise compiaciuto alla battuta del collega; l’umarell, no! «Non ci vogliono mica gli studi, per tirare una riga dritta», considerò con fare distaccato.
«Ci vuole occhio. Occhio e anni di pratica!» saltò su, piccato, Astolfo.
«Mah! So mica se è così complicato come dice», obiettò l’umarell. «Lo potrei fare benissimo anch’io, anche senza quel macchinario lì, che oltre a inquinare ti spappola i timpani. Mi basterebbe una pennellessa della larghezza giusta e una latta di vernice bianca.»
«Stronzate!» sibilò Astolfo, ricevendo in cambio un’occhiataccia dal suo collega - lascia stare, non vorrai mica metterti a discutere con un vecchietto - era il sotteso.
Ma complice il nervosismo, dovuto al caldo asfissiante e al lavoro che stava andando troppo per le lunghe, Astolfo continuò con acredine: «Ma va’ là, va’! Te di dritto nella vita non hai mai fatto niente, se no adesso saresti al mare, invece che star qui a rompere i maroni a noialtri!»
L’umarell assunse un’espressione tristissima. Girò sui tacchi, stava per andarsene, ma poi cambiò idea. Con un perfetto dietrofront mostrò il labbro tremulo ad Astolfo. «Secondo lei io sarei un incapace! Un fallito buono a nulla!»
«Non l’ho mai detto…» provò a rimediare Astolfo, cercando di stare calmo.
Prontamente interrotto: «Ma lo pensa! E allora sappia che io so fare ben altro che linee dritte che non portano da nessuna parte! Io sono un artista! Io dipingo!» muovendo il braccio da destra a sinistra indicò l’asfalto. «Lei, lì sopra, con quel macchinario può solo tirare linee dritte. Io, invece, con una pennellessa ci tirerei fuori un capolavoro: la Cappella Sistina di corso Matteotti!» Puntò con l’indice tremante l’asfalto davanti al compressore. «Avanti, disegni qualcosa che mi lasci a bocca aperta! Mi stupisca, faccia un cerchio, un cerchio perfetto, Giotto delle linee di mezzeria, se ne è capace!»
«Ho finito, puoi riprendere», intervenne il collega per mettere fine alla diatriba, chiudendo in fretta e furia il serbatoio.
Quando accese il motore, l’umarell fece un passo indietro. Astolfo, dopo aver controllato l’allineamento dello spruzzo, iniziò a tracciare la linea; dopo pochi centimetri si arrestò, volse lo sguardo in direzione dell’umarell e sibilò: «Guarda e ammira, Michelangelo!»
«No! Sei impazzito?!» urlò il suo collega mettendosi le mani nei capelli.
Con una manovra repentina, Astolfo si era spostato nel centro della carreggiata ed ora, con gli occhi spiritati fissi sull’asfalto, disegnava cerchi, angoli, volute, usando l’asfalto del corso come base su cui creare il suo capolavoro.
Ci avevano provato i suoi due colleghi a fermarlo, ma lui, li aveva respinti a suon di sganassoni; ed ora, appoggiati al muro di uno stabile accanto all’umarell, guardavano desolati e sconcertati la candida opera d’arte surrealista prendere forma sul nero asfalto.
«Oh signur!» fece il collega che aveva riempito il serbatoio, «sta arrivando il sindaco», indicandolo con lo sguardo.
Dal lato opposto del corso, il sindaco Vincenzo Sgarbato, di nome e di fatto, e l’assessore alla viabilità venivano avanti sbraitando.

E qui aprirei una parentesi per mettere bene a fuoco l’effervescente personalità del multiforme primo cittadino; che di nome faceva Vittorio, ma pretendeva di essere chiamato Vincenzo. E a chi avesse avuto l’ardire di chiedergli il perché e il percome avesse ripudiato il nome di battesimo; questi, dopo aver seppellito sotto una gragnola di improperi capaci di abbattere un elefante il tapino, usando un tono leggermente più accomodante lo rendeva edotto del fatto che Vittorio suonava male. E davanti allo sguardo ancor più perplesso dell’interlocutore, indossando i panni dell’esteta concludeva stentoreo citando l’inno di Mameli: «Dov’è il Vittorio le porga la chioma, eccetera; esteticamente non sarebbe il massimo. Testa di rapa! Ergo: ritengo il maschile Vittorio una storpiatura del femminile Vittoria!» Chiusa la parentesi.

«Ora lo mette a posto lui, il signore delle linee», ghignò l’umarell, preparandosi ad assistere allo spettacolo incrociando le braccia sul petto.
Quando giunsero all’altezza di Astolfo, parandosi davanti lo costrinsero a fermarsi.
E qui, mentre l’assessore inveiva contro il signore delle linee, promettendogli denunce ed esagerate richieste di risarcimenti milionari; gli occhiali del sindaco a momenti cadevano sull’asfalto. «Un genio! Tu sei un genio!» proclamò entusiasta. «Dobbiamo transennare il corso, mettere delle guardie armate H 24 a protezione di questo capolavoro! Dobbiamo creare al più presto una copertura trasparente», delirava urlando paonazzo spostando il ciuffo ribelle che gli cadeva sugli occhiali, «sorretta da leggerissime travi in allumino appoggiate sopra i tetti dei palazzi che si affacciano sul corso per proteggere l’opera dalle intemperie!»
«Non si può chiudere al traffico l’arteria principale della città», provò ad obiettare l’assessore; in verità, temendo di scatenare la reazione nucleare del fumantino sindaco, un po’ troppo timidamente.
Reazione che ci fu ugualmente. «Taci tu! Incapace!» esordì sbavandogli addosso. «Sono circondato da una banda di imbecilli! Il comune pullula di imbecilli e incapaci. Mi sono tenuto apposta la delega alla cultura, per salvare perlomeno le bellezze artistiche della città…» e via discorrendo, inveendo contro tutti per cinque minuti abbondanti. Quando si calmò, spedì l’assessore in comune ad organizzare la chiusura del corso.
Frattanto, una piccola folla si era radunata attorno all’opera d’arte.
Mentre il sindaco, calmo e sorridente, appoggiando una mano sulla spalla di Astolfo spiegava ai convenuti il significato dell’opera; l’umarell ascoltava incredulo e abbacchiato il primo cittadino esaltare l’opera e l’artista. Ma quando il pubblico si mise ad applaudire, non ce la fece a stare in un angolo mentre l’altro si prendeva tutti gli onori: in fondo era anche un po’ merito suo se Astolfo aveva dato di matto.
«Signor sindaco», esordì tirandogli la giacca.
«Cosa vuoi!» fece questi, voltandosi.
«No, pensavo: siccome lui avrà dipinto sì e no un quarto di strada, non potrei partecipare anch’io alla creazione della nostra Cappella Sistina del corso, pitturando un pezzo d’asfalto?»
Il sindaco Vincenzo Sgarbato strinse il mento tra il pollice e l’indice. «Uhm», fece, «Cappella Sistina del corso, mi piace, bravo!»
«Allora potrò contribuire?»
«Hai già contribuito suggerendomi il nome, che campeggerà in lettere cubitali ai due lati del corso.»
«Sì, va beh, ma io vorrei contribuire dipingendo un pezzo d’asfalto. Ho già in mente il soggetto e…»
«Michelangelo l’ha dipinta da solo, la Cappella Sistina!», lo interruppe il sindaco. «Tu, se proprio non ne puoi fare a meno, vedi di dare una ripassata alle pareti di casa tua!» Posò le mani sulle spalle di Astolfo. «Sarà lui, com’è giusto che sia, a portare a termine il suo capolavoro!»
«La ringrazio, ma io ce lo avrei già un lavoro», gli fece presente Astolfo.
«Lavoro?!» proruppe il sindaco, ritraendosi inorridito. «E tu, tirare linee dritte, senza mai poter disegnare… che ne so: un ricciolo barocco, toh! Lo chiami lavoro?! Che soddisfazione ti può dare tirare linee lungo le strade? Me lo sai spiegare?»
«Beh, insomma, a fine mese, quando becco lo stipendio, un po’ di soddisfazione me lo dà,» indicò i due colleghi, «e poi ci sono i loro complimenti, che mi aiutano a dare sempre il meglio.»
«Stipendio da fame!» sentenziò il sindaco. Indicò il macchinario, l’ippogrifo di Astolfo. «Da domani, te e questo coso siete assunti dal comune!»
«Ma non lo so se si può, non è mica mio il mezzo, è della ditta», obiettò Astolfo.
«E’ della ditta?»
Astolfo annuì.
«E chi se ne frega! Ne compreremo uno nuovo… anzi, due! Hai visto mai che uno si rompa a metà dell’opera?» chiosò il sindaco, mollandogli una gran pacca sulla spalla.
«Non lo so… mi tenta cambiare lavoro… ma mi spiace per loro.»
«I tuoi colleghi, capisco», fece il sindaco, imbrunendosi. Ci pensò su e poi: «Li assumerà il comune, come tuoi assistenti. Ti va bene, vi va bene?»
Astolfo disse di sì. I due assistenti, molto più pragmatici, chiesero prima conto dello stipendio.
«Ah, lo stipendio! Non abbiamo parlato della vil pecunia, avete ragione.» Fece mentalmente quattro conti della serva e poi: «Allora, io avrei pensato questo, è un’offerta che non potrete rifiutare. Per l’artista, proporrò al consiglio di elargire uno stipendio mensile di… centomila!»
«E – u – ro», balbettò Astolfo.
«Euro, euro!» ripeté il sindaco.
Astolfo, sentendosi mancare, si sedette sul compressore.
«Per loro, invece,» continuò il sindaco indicandoli, «direi che ventimila al mese a capoccia, sia un salario più che onesto!»
«E per me che ho inventato il nome?» saltò su l’umarell facendosi avanti.
«Per te… una tantum di… facciamo cinquantamila e non ne parliamo più! Poi ti levi dai coglioni però. Intesi?» tagliò corto per levarselo dai piedi.
«E invece ne parliamo ancora!» si udì una voce fremente di rabbia giungere dalla folla.
«Chi ha parlato?» chiese il sindaco.
Fendendo la folla un uomo grande e grosso dallo sguardo torvo si fece avanti. «Io!» ringhiò a muso duro.
«Hai detto che dovevi parlare, e allora, invece di ragliare parla!»
L’uomo indicò la folla. «Lì in mezzo, ci sono almeno quindici disoccupati che hanno richiesto un sussidio al comune, senza ottenere un centesimo. Avete quasi raddoppiato le tasse comunali, siamo stati zitti e le abbiamo pure pagate. Ed ora, cosa s’inventa il signor sindaco? Assume tre imbianchini e offre loro una paga da amministratori delegati, per dipingere di bianco l’asfalto di corso Matteotti! Ahò! Ma siamo matti, o cosa?!»
Intanto la folla che aveva iniziato a rumoreggiare si stringeva attorno al sindaco; che non si spaventò, ma irritato dall’atteggiamento irriverente dell’energumeno, diede come suo solito in escandescenze: «Io vi parlo di arte! E voi, pidocchi decerebrati, state lì a spaccare il capello in quattro! Non avete pensato che senza aumentare le tasse, non avrei potuto asfaltare le strade? E che se non le avessi potute asfaltare, oggi non saremmo qui ad assistere a un vero miracolo, ovvero: la nascita di un capolavoro che farà della nostra città, per la precisione di corso Matteotti, il centro della cultura mondiale del ventunesimo secolo?!» Volse lo sguardo schifato all’intorno e, abbassando il tono, si espresse con pacatezza: «E voi, gente di poca cultura e ancor meno cervello, osereste impedire che questo accada. Sapete che vi dico…» si tacque, il volto divenne paonazzo, «ma andate a cagare!» proruppe, esacerbando ulteriormente gli animi. La rivolta era ormai sul punto di scoppiare, e quando il sindaco pronunciò la fatidica frase: «Siete degli analfabeti funzionali! Io mi sto dannando per nutrire di arte le vostre zucche vuote, e voi, voi mi chiedete pane per nutrire i vostri figli!»
A quel punto, anche quelli convinti che il sindaco fosse vittima di un colpo di Sole, si unirono alla folla latrante.
Per sua fortuna, l’assessore tornò in tempo in compagnia di due vigili e sei operatori ecologici; che dandosi da fare riuscirono a creare un cordone sanitario piazzando le transenne attorno al sindaco, che continuava a pontificare mandando a quel paese tutti e tutto.
L’umarell, in disparte, assisteva divertito allo spettacolo surreale del sindaco che sbraitava mentre vigili urbani e operatori ecologici faticavano a contenere la folla inferocita; e si sganasciò dalle risate quando vide Astolfo, che era rimasto chiuso dentro il recinto di transenne messo su in quattro e quattr’otto per proteggere il primo cittadino ululante, dapprima cercare riparo dietro la schiena dell’urlatore seriale e poi, tremando come una foglia, rannicchiarsi impaurito dietro il suo ippogrifo meccanico.
Il caldo asfissiante e il Sole a picco sulle loro teste, spense gli ardori rivoluzionari e convinse la folla a scendere a più miti consigli. Sacramentando all’indirizzo del sindaco, che da par suo continuava a urlare come un ossesso, i manifestanti mollarono la presa e lentamente si dispersero, sciamando in direzione delle proprie abitazioni.
Ancora oggi nessuno, tranne il colpevole, sa chi ebbe la brillante idea di chiamare l’ambulanza: forse qualcuno tra la folla, o qualche anima buona che aveva assistito allo spettacolo da qualche finestra, oppure lo stesso umarell che, mosso a pietà, aveva tratto di tasca il suo cellulare antidiluviano e scandendo: «Uno – uno – due», aveva premuto i relativi tasti.
Fatto sta che finì come doveva finire: con il sindaco alla neurodeliri e il signore delle linee licenziato in tronco!
E l’umarell? Vi starete chiedendo.
Beh, lui se ne andò fischiettando ad elargire i suoi buoni consigli in un cantiere edile appena aperto.

FINE

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